Dietro le quinte della meraviglia: crescere a Capocastello tra vicoli sicuri e marionette gitane

18 Set , 2026 - Artisti & Spettacoli

Dietro le quinte della meraviglia: crescere a Capocastello tra vicoli sicuri e marionette gitane

Quando a sette anni il borgo era il nostro regno e un artista di strada con accento spagnolo mi insegnò il segreto della magia.

Come già raccontato nel precedente articolo, c’è stato un tempo in cui per noi bambini Capocastello non era semplicemente un borgo storico: era un gigantesco, meraviglioso parco giochi a cielo aperto.

Era un posto sicuro nel senso più antico e nobile del termine. A sette anni potevi percorrere ogni stradina in lungo e in largo senza paura, perché non eri mai veramente solo: tutti ti conoscevano, tutti sapevano di chi eri figlio o nipote, e c’era sempre lo sguardo attento di un vicino o di un commerciante affacciato alla porta a badare a te.

Poi, a metà estate, accadeva qualcosa di straordinario. Quel nostro rifugio di pietra, fatto di corse e ginocchia sbucciate, veniva attraversato da una corrente d’aria nuova: arrivavano gli artisti. Arrivava Castellarte.

Era il 1995. Gironzolavo da solo per le vie del borgo già in fermento, perlustrando i preparativi della festa come facevo ogni giorno con le mie scorribande. A un certo punto, dietro un angolo, mi imbatto in un personaggio singolare, con un forte accento spagnolo: era Adrian Bandirali.

Non mi cacciò, non mi disse che i bambini davano fastidio durante il montaggio. Al contrario, mi accolse nel suo mondo. Mi mostrò come costruiva con pazienza il suo teatrino, mi fece toccare le sue marionette da mano che realizzava personalmente e, con una generosità che solo i veri artisti di strada possiedono, mi svelò i fili e i meccanismi di quella meravigliosa illusione. Per un bambino di sette anni fu come ricevere la chiave di una stanza segreta.

«Resta a vedere lo spettacolo stasera», mi disse con un sorriso. Rimasi. E quella magia, vista prima da dietro le quinte e poi tra il pubblico in mezzo alla folla, non se n’è mai più andata.

Oggi sono passati molti anni, ma quel ricordo è ancora intatto: capita spesso che durante la giornata mi ritrovi a usare alcune delle battute di quello spettacolo per ridere e scherzare con i miei figli. È questo il potere più puro e nascosto di Castellarte: non si limita a farti applaudire per un’ora, ma deposita semi di gioia e meraviglia che germogliano nei decenni, passando di padre in figlio. Forse è questo il significato nascosto dietro il titolo “Antidoto Lento” di Adrian.

Perché a Capocastello l’arte non è mai stata un evento calato dall’alto, ma un incontro di sguardi tra un borgo ospitale e chi ha una storia da raccontare.


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1 Response

  1. Ciao Giuseppe, sto seguendo con molto attenzione questa pagina e i tuoi articoli su Castellarte, quel magico mondo così come.lo definisci anche tu, che ha fatto sognare grandi e piccini. Mi piacerebbe contribuire in qualche modo a questo progetto editoriale, visto che Castellarte e Capocastello hanno un angolo prezioso e indimenticabile nel mio cuore

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