Né schermi né confini: storia di una generazione cresciuta a pane, nascondino e libertà tra i vicoli del borgo.
Se sei cresciuto a Capocastello negli anni Novanta, sai che l’infanzia aveva un sapore preciso: quello di un’immensa, irripetibile libertà.
Per noi bambini dell’epoca, il borgo era un parco giochi a cielo aperto senza recinzioni. Un microcosmo sicuro e protetto dove girare da soli a qualsiasi ora era la cosa più naturale del mondo: tutti sapevano chi eri, e la comunità intera faceva da sentinella discreta ai nostri passi.
Il quartier generale era la piazzetta che oggi porta il nome della Zeza di Mercogliano. Con una banconota da 1.000 lire in tasca entravi al Bar Fidia di “Mostino” e uscivi sentendoti un re, con una busta di patatine o un ovetto Kinder. Da lì, partiva la sfida quotidiana: il nascondino più epico che si potesse concepire.
Il campo da gioco non era un cortile: andava dalla piazzetta fino al Castello o al Vagno. Eravamo una caterva di bambini. Trovarli tutti richiedeva ore intere: capitava che ti nascondessi così bene da avere il tempo di scivolare a casa dei nonni per fare merenda — una rosetta imbottita con la Nutella o con i salumi presi da Maria, oppure da Peppo e Titina, dove quando si affettava la mortadella l’intero vicolo si profumava d’incanto — per poi tornare tranquillamente al nascondiglio o decidere di fare tana. Guai però se toccava a te cercare: potevi passarci un pomeriggio intero, cercando di ricordarti chi mancasse all’appello. L’unico vero salvagente era Concetta ‘a Tota dal suo minimarket, che tra una spesa e l’altra ti faceva un cenno complice e ti sussurrava verso quale vicolo dirigerti.
Se non era nascondino, bastava un niente: le macchinine, la molla sulle scale, il gioco della campana disegnato col gesso sui basoli. Bastava persino il volante rotto di una vecchia auto per farci salire tutti a bordo di un trattore invisibile e guidare giù per le discese del borgo.
E poi c’era Sant’Anna e San Gioacchino. Nei giorni precedenti e successivi al 26 luglio — giornata che puntualmente vedeva scendere la pioggia — l’ossessione collettiva era il tiro alla pignata. Lo simulavamo ovunque, e per le strade non era insolito vedere bambini portare a spasso con una cordicella la pecora o tenere in braccio il coniglio vinti dai genitori al gioco della pignata reale.
Capocastello è uno dei borghi più suggestivi d’Irpinia, ma per chi l’ha vissuto con gli occhi di un bambino felice è soprattutto questo: un luogo dell’anima fatto di pietra viva, generosità e profumo di cose buone. Quella stessa terra fertile che, poco dopo, avrebbe accolto a braccia aperte la carovana e la magia di Castellarte.

