Ci sono immagini che l’infanzia ti incolla addosso senza chiedere il permesso, destinate a rimanere lì a decantare per anni prima di svelare il loro vero significato. Per me, quel fermo immagine ha i vicoli di Capocastello come scenografia, l’aria estiva delle prime edizioni di Castellarte – tra il 1993 e il 1995 – e una figura bianca che si muoveva tra le ombre del borgo.
Ero solo un bambino, ma avevo già sviluppato una forma di ostinazione poetica: per tre anni e tre sere di fila costrinsi mia madre a fare la stessa salita, a cercare lo stesso angolo di pietra e a guardare sempre e solo lo stesso spettacolo. In scena c’era la compagnia Teatro Regresso Girovago con “Pulcinella e la morte”. C’era Salvatore Mattaccino, altissimo sui trampoli, vestito di nero, un’ombra solenne e maestosa che incarnava la fine di tutte le cose; e poi c’era lui, Angelo Picone, per tutti Angelo ’O Capitano. Con la maschera di Pulcinella addosso non recitava: combatteva, sbeffeggiava l’ignoto, ribaltava il destino a colpi di lazzi, gesti sghembi e pura fame di vita. Per me non fu semplicemente teatro di strada, fu un’illuminazione. Il germe di un contagio gentile che avrebbe lavorato sotto traccia per più di un decennio.
Gli anni passano, si cresce, si prendono strade diverse, eppure quella fiamma non si spegneva mai del tutto. Anzi, un giorno mi ritrovai dall’altra parte: la voglia di mettermi in gioco, di provare la polvere della strada, di essere anch’io, a modo mio, un artista. E con quella spinta addosso sentii il bisogno viscerale di chiudere un cerchio, di risalire alla sorgente. Dopo ricerche a tentoni e un lungo girovagare sul web, riuscii a rintracciare un contatto e inviai una mail in cui lo ringraziavo perché quello spettacolo visto fino alla nausea – di mia madre e non mia – aveva acceso una miccia artistica in me e ringraziarlo per questo!
La risposta non si fece attendere molto, ed era intrisa della stessa umanità debordante che emanava dalla piazza: manifestava gioia per aver incrociato quello che lui definì simpaticamente un “caso umano artistico” e mi invitava a casa sua, al “Vico Pazzariello”.

Quello che poteva sembrare un semplice aneddoto di colore o una suggestione nostalgica si trasformò rapidamente in realtà e concretezza. Angelo non era tipo da complimenti fini a se stessi: l’arte di strada per lui è comunità viva, passaggio di testimone, bottega a cielo aperto. Quando diede vita al FASE (Festival Artisti di Strada Emergenti) a Ospedaletto d’Alpinolo, si ricordò di quell’ex bambino. Mi chiamò a partecipare: mi volle lì come artista in pedana, ma anche dentro la macchina organizzativa, a montare cavi, gestire spazi, risolvere imprevisti e respirare l’adrenalina autentica del dietro le quinte.
Da quel palco e da quelle notti condivise è nata un’amicizia schietta, solida, fraterna.
Oggi, raccontare Angelo ’O Capitano sul sito di Castellarte non significa soltanto rendere omaggio a uno dei pionieri assoluti che hanno battezzato il nostro festival negli anni Novanta. Significa raccontare l’essenza stessa di cosa sia l’arte di strada quando colpisce al cuore: un rito antico capace di scavalcare il tempo, di piantare un seme negli occhi di un bambino e di ritrovarlo, trent’anni dopo, a prendersi cura della stessa magia per restituirla a chi verrà dopo.
Grazie Giuseppe
Uno degli articoli più belli che abbia mai avuto. ” …quel contagio gentile…” mi hai commosso nel profondo .Grazie e vento in poppaaaa