Icone di Capocastello. Modestino Argenziano, “Vottane n’ata”: il battito eterno del Borgo

9 Set , 2026 - Guida al Borgo

Icone di Capocastello. Modestino Argenziano, “Vottane n’ata”: il battito eterno del Borgo

Tra i vicoli in pietra e le mura antiche del borgo medievale di Capocastello, a Mercogliano, certe figure non appartengono soltanto alla sfera familiare o all’anagrafe: diventano simboli viventi, punti cardinali, veri e propri totem di una comunità. Uno dei volti più iconici e indimenticabili è stato senza dubbio quello di Modestino Argenziano, per tutti conosciuto con il soprannome di “Vottane n’ata”.

Lo sguardo magnetico dell’ultracentenario

Nelle ultime case adagiate a ridosso delle mura del castello, accudito con dedizione dalla figlia Vincenza, Modestino trascorreva le sue giornate avvolto da una calma ieratica e da un silenzio denso di storie. Con il tempo che ne aveva scolpito i lineamenti e lo sguardo – reso fisso e magnetico come quello delle antiche statue imperiali romane – Modestino rappresentava la memoria storica incarnata.

Alla veneranda età di oltre 105 anni, non si arrendeva all’inattività. Con colpi di martello fermi e decisi, continuava a lavorare e modellare il rame per forgiare bracciali e anelli: manufatti a cui la gente del posto attribuiva doti portafortuna e benefici per il corpo, ma che per lui erano soprattutto un modo per sentirsi vivo, attivo, utile.

Una vita tra boschi, fatiche e confini di pietra

La storia di “Vottane n’ata” è il riflesso fedele della civiltà contadina e montana dell’Irpinia più aspra e generosa.

  • Il lavoro duro: Ha fatto il carbonaro, dormendo all’addiaccio in montagna, e il boscaiolo. Partiva a piedi con l’accetta per raggiungere luoghi lontani, tagliando legna per giornate intere per poi fare ritorno con il carico.
  • La memoria della terra: Custode instancabile del territorio, Modestino conosceva a memoria ogni sentiero, appezzamento e termine di confine di Montevergine e dintorni. Persino i geometri professionisti ricorrevano alla sua infallibile memoria per individuare confini che le mappe non riuscivano più a trovare.
  • Un’autorità serena: Padre solido e rispettato, la sua autorevolezza non aveva bisogno di asprezze fisiche: bastava una parola ferma per farsi ascoltare e guidare la famiglia con serenità.

«Come un fungo di maggio»

A raccontare magistralmente la figura di Modestino, unendo lo sguardo dell’antropologia visuale all’intimità della memoria, è il documentario di Antonio Severino (visibile sul canale YouTube di Castellarte al video Come un fungo di maggio), nato dal desiderio di penetrare una realtà locale solo apparentemente vicina, per svelarne il cuore più autentico e profondo.

Il titolo del film-documentario riprende una splendida metafora coniata dallo stesso Modestino. Quando gli chiedevano dell’età che avanzava, rispondeva sornione:

«Io sono come un fungo di maggio: se ne trovano pochi, e per trovarne uno buono ce ne vuole… sono una cosa rara.»

Consapevole della propria eccezionalità ma privo di qualsiasi presunzione, Modestino non si preoccupava del “domani” come alba di un nuovo giorno, ma viveva il tempo nutrendosi del calore e dell’affetto di chi lo circondava. La sua casa era un porto franco: amici, parenti e compaesani salivano per una visita reverenziale, una chiacchierata o una partita a carte.

L’eredità a Capocastello

Nel tessuto identitario di Capocastello e nello spirito di Castellarte, figure come Modestino Argenziano continuano a vivere come radici indissolubili. Raccontarlo oggi significa preservare l’anima del borgo: quella forza calma e fiera capace di resistere al tempo, modellando la vita colpo su colpo, proprio come un pezzo di rame lucente.


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