I sapori dell’infanzia a Capocastello

26 Set , 2026 - Guida al Borgo

I sapori dell’infanzia a Capocastello

Il profumo del pane fresco che incontra l’aria frizzante dei nostri vicoli ha il potere immediato di azzerare il tempo. Basta socchiudere gli occhi per ritrovarsi seduti su uno scalino di pietra a Capocastello, con le ginocchia sbucciate e le mani ancora impolverate dai giochi del pomeriggio, in attesa di quel rito quotidiano che non rispondeva a tabelle nutrizionali né a mode passeggere: la merenda dei nonni.

A casa dei nonni raramente c’erano merendine incartate o sapori artificiali, la maggior parte delle volte veniva fuori la sapienza antica, fatta di gesti essenziali e di una terra generosa che insegnava a trasformare il poco in memoria viva.

La liturgia del pane e del camino

La base di tutto era quasi sempre lui: il pane preparato dalla nonna, compatto, profumato e lo potevi conservare giorni senza che diventasse immangiabile. Bastava un niente per accenderlo di meraviglia.

  • Pane c’a verrigna o c’o capicuollo: non si usava l’affettatrice. Il nonno estraeva il coltello a serramanico e riduceva la verrigna o il capocollo a cubetti generosi, rustici, da accompagnare a tozzi di pane fragrante. Ogni boccone racchiudeva il sapore della cantina, del tempo lento della stagionatura e di un’abbondanza festosa.
  • Pane co’ ’a pummarola spaccata: il fast food più autentico di sempre. Si prendeva un pomodoro maturo, lo si spaccava a metà con le mani e lo si strofinava con forza sulla mollica finché questa non ne beveva ogni goccia di sugo e semenza, sigillata magari da un filo d’olio buono e un pizzico di sale.
  • Pane co’ burro davanti al fuoco: qui la merenda diventava un vero e proprio gioco di pazienza. Si spalmava del burro su una fetta spessa e ci si accucciava davanti alla bocca del camino acceso. L’esperienza stava tutta nell’attesa: guardare la lama lucida del burro cedere lentamente al calore della brace, sciogliersi e colare dentro gli alveoli caldi della mollica prima del morso perfetto.

Giochi d’inverno e piccoli strappi alla regola

I nonni avevano un rapporto schietto con la vita e con la natura, capace di trasformare anche il freddo pungente in festa.

Quando l’inverno a Capocastello non perdonava e la neve saliva alta fino a coprire i portoni, bastava allungare la mano sul davanzale della finestra. Il nonno riempiva un bicchiere di neve freschissima, intatta, e ci spremeva sopra succo d’arancia o di limone: nasceva così la granita di neve, un piccolo miracolo istantaneo che sapeva di magia pura.

E poi c’erano quei piccoli strappi alle regole, lontani anni luce dalle raccomandazioni dei pediatri moderni ma sostenuti dall’incrollabile convinzione che «un goccio di vino fa sangue e non ha mai fatto male a nessuno». Capitava così, raramente e con l’aria di concedere un segreto da grandi, di assaggiare una colazione rovesciata: niente latte, ma un fondo di vino rosso sincero in cui tuffare il pane fatto in casa dalla nonna, per una zuppa ruvida che scaldava il petto e faceva sentire subito più forti e più grandi.

’O pane cuotto e la memoria della cura

Confrontandosi con gli amici del borgo, tra un ricordo e l’altro, riaffiorano anche piatti nati dalla necessità più dura, come ’o pane cuotto. Figlio del dopoguerra, quando la carne era un miraggio riservato a pochissimi giorni dell’anno ma c’era bisogno di qualcosa di caldo per rimettere in sesto il corpo.

Bastavano un tegame d’acqua, qualche foglia d’alloro, uno spicchio d’aglio, un giro d’olio d’oliva e sale. Si lasciava sobbollire per creare un brodo aromatico ed essenziale, poi si spezzettava dentro il pane raffermo dei giorni prima, spegnendo la fiamma subito dopo per lasciarlo rinvenire denso e profumato, magari con una punta di peperoncino per chi gradiva una sferzata di calore. Non era certo una portata ricca, e spesso veniva preparata quando i bambini erano a letto influenzati, eppure dentro quella scodella fumante c’era tutta la premura di chi sapeva prendersi cura con niente.

Questi sapori non appartengono solo alla gastronomia: appartengono alla nostra identità, alla pietra dei nostri vicoli e al calore di chi ci ha insegnato che la vera ricchezza sta nella condivisione di ciò che è semplice.

E voi? Qual è la merenda o il piatto dell’infanzia che vi riporta immediatamente indietro nel tempo ogni volta che ci pensate?


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